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Scritto da Natalina: Cos’è l’Amore
“Ti amo”: dice Lui
“Ti amo “: dice Lei
I loro occhi si affondano
una rivoluzione chimica
sconvolge il loro essere e,
magneticamente si attraggono.
Lei si dona
Lui si nutre.
Cupido ha colpito
Venere intercede
Eros li invade
Afrodite li avvolge.
Ma cos’è l’Amore,
una parola così piccola,
cinque lettere appena
ed un valore supremo.
Il fiore che ti dona un sorriso:
è amore
La terra che nutre:
è amore
Il canto ed il volo degli uccelli:
è amore
Il gorgoglio di una sorgente:
è amore
Il lavoro e la fatica dell’uomo:
è amore
La spinta che viene dal cuore:
è amore
La mamma che allatta il suo bambino:
è amore, il più sublime.
Tutto è amore, se visto e accolto
nella sua legge universale:
la legge del dono e della gratuità.
Assecondare il desiderio della vita:
Senza di Esso il vuoto,
lo squallore, la discordia, l’egoismo:
L’amore tradito.

Scritto da Natalina su Lucrezio: De Rerum Natura “La natura delle cose”
Lucrezio in “De Rerum Natura”, suscita nella mia mente una rivoluzione di pensieri che si formano, si uniscono e si respingono. Non so dir come e cosa, ma, tutti si fondono all’unisono in un comune denominatore:
L’universo, la natura e la vita.
A suo tempo, nella sua tesi Lucreziana, l’insegnante la rappresentò e la raffigurò ad una serie di bassorilievi raffigurante il pieno in ogni espressione sulla terra ed il vuoto che proprio non è e che permette il movimento.
Suggestivamente, per me, appropriata.
A fatica, in contraddizioni, sali, raggiungi il punto della chiarezza nella conoscenza e scivoli giù e sali ancora e ancora.
“A suo tempo”: già, tempo e spazio fino all’infinito: la purificazione ed il profumo dell’oblio.
In quella sorta di scomposizione di atomi, semini e neutrini, coinvolti in leggi e codici propri, segreti ed invisibili; nel silenzio si rinnovano, si rincorrono, si cercano, e come amanti si ricompongono in materia nuova.
“Nulla si crea e nulla si distrugge”.
Il ciclo vitale della vita, Nascita e Morte dalla quale non si sfugge.
L’alchimistica di elementi che conferiscono alla potente energia il ruolo fecondo.
“Ed ecco il fanciullo, come un naufrago buttato a riva dalle onde infuriate, giace nudo al suolo bisognoso di ogni aiuto vitale, appena la natura lo getta sulle prode della vita e riempie lo spazio d’un disperato vagire”.
Così noi ne siamo parte.
La forza universale musicata ed orchestrata. E’ il miracolo.
Tutto affascina e ci sottomette a naturale evidenza.
C’è da venir rapiti in estasiato entusiasmo: forse questo è propulsione per nuova vita, aspettando Afrodite, dea dell’Amore.
“Madre e voluttà degli uomini e degli dei”
“Per tuo mezzo ogni specie vivente si forma ed una volta sbocciata può vedere la luce del sole”.

Scritto da Lucia Lorenzoni: 27 maggio 2014 a conclusione del corso su T.Lucrezio Caro:”De rerum natura” La  natura delle cose”
Dedicato a Silvia Rossi bravissima maestra!

Silvia sa comunicare con profondità e professionalità  gli argomenti di studio programmati, sa gestire in ogni momento la didattica con moderazione e sapienza, sa trovare sempre la giusta motivazione e la risposta conveniente alla nostra curiosità o perplessità.
Silvia dimostra di aver fatto sua la lezione dei grandi Autori classici e di volerla trasmettere a noi alunne “anziane”, indirizzandoci con fermezza sul cammino della crescita umana e conoscitiva.
Se è vero che “in-segnare ” vuol dire  lasciare un segno – incidere (negli animi), in questi preziosi anni di percorso in comune (che ci auguriamo ancora lungo nel futuro) ha saputo sicuramente lasciare in noi un segno profondo.
Penserò sempre a Silvia con senso di grande stima e affetto.

Scritto da Barbara sul racconto “La Sirena” (Corso su Tomasi di Lampedusa tenuto da Nadia Garbelotto.) 13 dicembre 2013
Carissime mie nuove amiche,
avete un po’ imparato a sedurre amando?
Ma forse non a tutte serviva una lezione.
Ieri ho sentito che stava arrivando,nuotavo nervosa, all’improvviso tutto buio, solo poche stelle, solo una nave illuminata e l’ho visto volare dal ponte, a braccia aperte, forse sorrideva, l’ho accolto con un guizzo… è tornato da me….
Ora è nuovamente il giovane dio di 50 anni fa.
Sono rimasta in lui, dice, addirittura l’unica, ha resistito a sollazzi, piaceri, avventure, solo di cultura classica è vissuto, poi di sottile tristezza, forse disprezzo per abitudini, uomini, istituzioni che tramontano e cambiano.
E’ tornato da me per la nostalgia di un mondo che sostanzialmente resta immutabile, e parla…parla…perfino la mia voce ha adottato: musicale, pacata, avvincente, modulata, ben timbrata.
Mi racconta di uno strano bar di via Po, lui lo chiama: ADE_LIMBO_INFERI_EREBO e dell’incontro con il Corbéra de Salina, giovane giornalista quasi disarmante, aveva resistito al suo aspetto, ai suoi grugniti, ostilità, distacco, scontrosità, insolenza: aveva superato la prova, lo aveva invitato a casa, era come se avesse preso il via una sorta di percorso iniziatico.
Anche lui, mi dice, era predisposto al prodigio di conoscermi dopo un periodo di solo sole e stelle, scarso nutrimento, silenzio, solitudine.
Aveva cominciato a volergli bene, lo aveva baciato in fronte, avevano scherzato su ricci di mare e sesso, gli è venuta voglia di me, gli aveva accarezzato la testa dal finestrino del treno.
Un addio o un arrivederci?
Ma….quanto movimento in superficie, staranno certo cercando l’ormai mio Sasà, quasi quasi vado a spiare, chissà se tra loro c’e’ anche il giovane nobile Paolo, poca cultura, ma dotato di un notevole istinto animalesco.
“ E’ una sintesi di ragione e sensi” ha declamato.
il nobile ed il borghese, il gusto della vita e l’angoscia del giovane dio, sentimenti contrastanti, si, ma possono convivere in un solo uomo …. manca alla mia raccolta uno cosi’.
Perché non chiamarlo Giuseppe?
So tanto di lui, non conosco il suo aspetto.
Potrei dirgli: buttati finchè sei in tempo.
Potrei dirgli: mi piaci, prendimi.
In fondo io regalo, non rubo, non uccido nessuno, amo soltanto.
LIGHEA                                     

 Dal racconto di Tomasi di Lampedusa ” La Sirena ” ( Natalina )

La Sicilia, terra del fuoco, accarezzata e frustata dai venti e dal mare.
Culla di storia antica e mitologia che, ancora oggi, incarna gli spiriti di arcana sacralità.
Non può che dare, questa terra, che figli forti di passioni dall’istinto bestiale, da domare, ermetici ed indomiti.
Tutto è intriso di carne e sangue che, sotterraneo scorre protetto.
Ben traspare, dal racconto, la forza vitale innalzata alla dignità, come dono sacro per la vita, nella virilità.
Deve riprendersi dal sùbito abbandono femminile, il giovane Corbera di Salina.
Grande offesa, il peggio per un siculo che domina il riccio del mare che si confonde anche con il profumo del limone.
Sarà l’emerito senatore professore e profondo conoscitore di lingua e civiltà greca, Rosario la Ciura, pure siciliano, a prenderlo per mano come alunno, in un percorso di etica nel mito, attraverso un inno all’erotico, non fine a se stesso ma, dove il sacro e il profano si fondono creando armonia di poesia dal sapore paradisiaco.
Sarà la Sirenetta Lighea figlia del mare, di La Ciura a far da madre, condurre e sublimare il profumato ramoscello di corallo.
Ed è nell’iniziazione definita alta forma di voluttà spirituale del giovane La Ciura, il discepolo Corbera sperimenta il dolce oblio e si trova a cadere da, per accidenti appuntiti, scogli nelle profondità marine e recuperare integrità umane disperse e violentate quali rami di corallo dissacrate.

La commedia dell’Association del Musso: in Gita.    di Natalina (anno 2001/2) Nel mezzo del cammin di nostra Vita!!….

“Eh!? che, ne lo millennio terzo
lo morir se farà sì incerto
che, per lo luminar del gene,
finite saran le pene!!”
Nui ce trovavam ne lo tempo lungo
de tanta giovinezza che lo trasgredir
ne dea franchezza.
“Essere…. non Essere!!”
Questo è il dilemma.
Nostra dolce Bruna, l’angelica Beatrice,
in sì fatta prodezza,un po’ per tema
e un po’ per paura, Saverio decise interpellar,
lo Maestro, lo Duca, lo Presidente
ché, convenner insieme dé condurne
per la via de l’ardir e speme,
in giro per l’Italia nostra terra,
e, di luoghi e di Arti farne conoscenza,
a conclusion de ogni anno di Sapienza.
Amor pieto a noi il mosse.
Dal Piemonte alla Liguria,
dalla Toscana al Lazio e Umbria,
di cose belle ne abbiam viste tante
ché non posso ridir de tutte quante:
e per il chi ed il quale dicerolvi
de tutte alcune che ne parrà de sol un une.
Tempo era al principio del mattino
che il sol sù monta, noi ce trovavam
all’ora indetta, come quei che se ridesta e fan festa
Lo Duca nostro tutt’il raduna
ne fa nome, conta sollecita
ché niun giù resta.
Come quei che per man prende….. ce conduce
che lo nostro cor se fa beato
nel sentirse sì cullato.
Così come quando a Montecatini Alta andammo,
la cittade intatta della Medioval Era,
che se raggiunge con la cremaliera.
Eravam ne lo tempo che notte se contra ponea
al giorno e sanza luce intorno.
Allor che giù a basso riguardammo
oscuro e profondo era, tanto
che per ficcar lo viso al fondo
non ne discerneam alcuna cosa;
solo alla destra estrema forme d’ombra
cespugliose e cupe e, radi fiochi lumi
fendean le tenebre che
ne segnava con  lo pendio l’altura.
In poi de tal salto, picciol luci tremule
lucean fitte, forando l’aura grossa e oscura
come in un mar d’incanto che
fra cielo e cielo ne fea sospesi pertanto.
Ce fen cammino per stretta via che
ne condusse a sorpresa in una piazza salottiera.
Folclor de cose,fusion de voci nel bel dialogar
de tanta gente, assisa intorno ai caffè bar.
Pur noi assisi ad ordinar:”Uiski con ghiaccio …. prego!”
eh! di quel distillato che giova alle vene,
ché linfa s’en scorrea con più energia…..a sorseggiar.
Lo facevam pian piano a picciol fiate
che, più a lungo il fea durar.
In sì libido che tutti accomuna
la parola ne usciva in goliardia:
eravam senza alcun sospetto e coloracci in viso.
Quanti dolci pensier, quanto desio!!
Euforica allegria ce prese forte
che non osammo andar oltre e l’occhi
dritti levati fisi a riguardar
per conoscere ben lo loco e a rimirar.
Lo Maestro allor si mosse e nui gli temmo dietro.
In analogia de l’altitudo e non de virtù
che, questa è de misticanza, ve dirò de la
Sacra de S. Michele, che per emponenza e possenza
par che sorga su tanta vetta, a dominar la Valsusa.
Abbazia che massicco  basamento roccioso ha per fondamenta
Eravam nell’anno santo che, per lo Giubileo
de le peccata ne venia clemenza.
Allor che mossi fummo, entrammo per lo cammino
alto e silvestro ed oltre, rampe de scalini
ne la roccia infise e, ancor salimmo
lo ripido “Scalone de Morti” che
in tanto penitential, ne purificò.
En recuperata innocenza, en sacro loco
entrammo con reverenza.
Sarcofagi illustri, a le navate intorno
fean sentinella al grande Crocfisso
In fondo all’altar del Sacro Uffizio, pinto
lo Michele santo che, de ferruta spada
sconfiggea lo drago, cagion de
tanto mal, che uomo attenta.
Per sassosa via fen ritorno ne lo parlar
de cose buone che, son de quei che son resorti.
Fu nell’ultimo giron che andammo
a Tarquinia, Tuscania, Voltri e siti d’intorno
che testimonian civiltade de l’Avan Cristo Culture Etrusche, Graco, Romane.
Fra quei reperti de vie de templi e tombe
de terracotta e tufo nui ce sentivam
quai color che stanno.
In quel di Caprarola, il cielo fortemente imbruna
e, poscia che lo maltempo s’é sguassa
e, mentre che il vento come fa si tace,
l’aer serena viene a noi in gentilezza che ne
ravviva da la calura e, di color e di verzura,
obliando talor terra e radura de profumi
intensi che, ancor ne lo cor perdura.
Poi ch’emmo posato lo corpo lasso,
riprendemmo via come persone franche,
per lo sentier che mena dritte per il colle
sì che il pié fermo era sempre il più basso e,
di tanto in tanto volgeam a dietro
a rimirar lo passo.
Sospinti eravam dal desio che ne ripingea là
dove il castel dei conti Farnesi
ne avrea dato respiro a cotanto passo.
Stupiti eravam de tanta bellezza,
ne lo splendor di quelle sale e di stucchi
e di marmi e ritratti pinti che, nui
sembravan troppo finti, nell’eco di quell’Era.
Lo giorno se n’andava e l’aer bruno toglieva
gli animali e le genti dalle fatiche loro e,
noi c’en apparecchiava a sostenere la via de lo ritorno.
Tutte l’alme s’acquieta ne l’oblio del riposo.
Dante non sé dispiaccia, anzi sé compiaccia
se noi de la trasgression ne fen virtù:
che anche se giunti in quella etade ove ciascun
dovrebbe calar le vele e raccoglier le sartie, la vita è bella qualora il vogar non lasci
e tieni alto l’ardor de l’alma.           Natalina

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